sabato 16 agosto 2008

WHY ?

Viale Giulio Cesare angolo via Vespasiano, esco da Feltrinelli. Nella busta due libri di Maurice Merleau-Ponty. Sono felice: ho trovato quello che cercavo, ho consegnato il bancomat alla cassa, ho digitato il Pin e ho avuto indietro il mio bottino. Sto per slegare il motorino, poi vedo un ragazzo che corre, in mezzo alla strada. Due uomini lo inseguono. Il ragazzo corre piano, la paura gli spezza il fiato, la paura gli consiglia di rallentare. Un uomo gli urla di fermarsi, mette la mano sulla pistola. Il ragazzo si butta per terra. Uno dei due uomini gli affonda un ginocchio nel torace, lui urla, non può essere il dolore, urla così forte, non è il dolore che lo fa urlare.
Dice:
"No aspetta, aspetta, ti prego".
Urla: WHY ?
Gli mettono, le manette.
Alzati , alzati ! Perché? Lo sai perché. Alzati. Monta in macchina!
Sì, Sì. Aspetta, ti prego. Aspetta. WHY ?
Il ragazzo sale in macchina, si butta sdraiato sul sedile.
Alzati, che fai?
Sì, sì. WHY ? WHY?

Erano circa le 13.30 di oggi, sabato 16 agosto 2008. La macchina in cui è salito il ragazzo era della Guardia di Finanza. C'era un ragazzo vicino a me, straniero, sorridendo ha detto: Giustizia è fatta!

venerdì 15 agosto 2008

MAURICE MERLEAU - PONTY


L' ho incontrato qualche giorno fa. Forse lui può dirmi cose che altri non conoscono.

lunedì 11 agosto 2008

CAVALLO DI VENTO

Io cerco qualcosa che è dentro di me, dentro ad ognuno. Dentro ad ognuno, nascosto e visibile in modo diverso. Accessibile seguendo diversi sentieri, scendendo in ognuno a profondità che variano e variano nel corso del tempo. Ho provato e riprovato a cercare insieme a voi. Ma con vuoi non trovo quello che cerco. La strada è troppo stretta. Recinge il sentiero su gradini numerati e tutti devono percorrere gli stessi gradini, la stessa progressione. Non credo che la vita funzioni così.
Ognuno parte da un punto diverso, ha già dietro le spalle la strada percorsa dai suoi antenati, dalle sue sorelle e davanti a sé vede i passi percorsi dai propri figli. Siamo nati in luoghi diversi dove sono state tracciate strade, autostrade e sentieri.
Rimango fedele a ciò che vedo ed ho visto intorno a me e dentro di me.
Scruto lo spazio cercando un luogo dove il rispetto integrale, totale, assoluto per la condizione umana sia il fondamento delle parole e dei gesti.
Quando la mia eredità potrà fondersi nello spazio farò il salto.
Molte volte ho indugiato, altre volte ho saltato e poi a fatica sono riemersa da una palude.
Adesso è ancora l'ora dell'attesa.

venerdì 8 agosto 2008

SHAMBHALA TRAINING: PROVE DI CIELO APERTO PER LA VISIONI DELLA MIA MISSIONE

Livello V dello Shambhala Training: fatto.
Sono arrivata fino in fondo. E' stato duro, piuttosto duro. Ne sono uscita intera, ma acciaccata. Tutta una serie di tumefazioni sono riapparse sulla mia pelle. Tutti i pali presi camminando a testa bassa hanno nuovamente chiesto il conto. Come Haruki Murakami e chissà quanti altri, io non trovo niente di particolarmente affascinante nel coltivare il vuoto dentro di me... nel diventare trasparente, evanescente o permeabile. Io sono nata già così. Essere incline a svaporare, essere maestra nello scomparire, farsi trapassare dalla volontà altrui non sono esperienze così esaltanti come si possa credere seguendo un percorso meditativo. Sono esperienze, sono accadimenti che fanno parte delle possibilità insite nella natura umana, ma non sono cose di per sé piacevoli o illuminanti. Anzi, se fai queste esperienze quando sei piccolo-piccola, fai una gran fatica a vivere e cerchi qualcosa di solido dentro di te a cui aggrapparti. Continui a cercare questo grumo che sia solo tuo. In cui nessuno possa mettere le mani. In cui nessuno possa andare a frugare. Qualcosa di luminoso e forte che sia tuo, ma che sia anche di tutti gli altri, altrimenti diventerebbe un altro buco in cui potresti perderti. Essere fatta di una qualche materia solida come tutti, questo sì che ho sempre pensato fosse una cosa sana, e utile. Utile a me a utile al prossimo. Beh, io credo che in proporzioni differenti siamo tutti fatti di un qualche grumo luccicante e persistente e di una massa variabile e inconsistente. Siamo tutti in rapporto con l'esterno e abbiamo tutti un punto interno da cui partire... però però... pare che per la maggioranza delle persone le proporzioni di cui parlavo siano differenti da quelle che formano la mia vita e quella di Haruki M. di Tamura Kafka e della mia amica Gilda. E così quando c'è qualcuno di fronte a me seduto su un cuscino che parla a nome di quel grumo ad una platea di una certa consistenza numerica, cerca sempre di fare a pezzi corazze e barriere per farti fluttuare nello spazio. Oddio!! Non so quante volte a tutti loro sia capitato di fluttuare, ma è uno sport pericoloso: ti puoi perdere! Il più delle volte così ci si perde.
Bene questi sono tutti miei dubbi, però c'è qualcosa nel percorso Shambhala che mi fa restare con loro. Una sorta di rassicurazione. Una qualche rete trasparente che sento mi proteggerà.

Alcune persone che so mi prenderanno per la giacchetta se il paracadute non si dovesse aprire. Beh, sicura al 100% non è che lo sia, però... ci sono sempre io e forse è di me che ho ancora più fiducia, nella mia capacità di fermarmi prima di farmi male davvero.
E poi c'è sempre la Fata Turchina, quella coi baffi, con cui mi accompagno, che vede tutto in termini di performance sportiva, riportando i miei voli iper uranici a qualcosa di più facilmente circoscrivibile: crosticine da rompere e medagliette da conquistare. Da quando lo conosco mi ha sempre rimesso con i piedi per terra.

Al di là dell'aspetto torturante, con il quinto livello Shambhala ho conquistato l'insinuante consapevolezza di poter fare affidamento sulle mie visioni. Su quei momenti in cui sai esattamente dove andare a parare.

Ogni volta che ho incontrato un uomo da amare ho avuto la certezza di ciò che dovevo fare. Però amare per me è più semplice che trovare la mia missione. O meglio: amare è quella parte della mia missione che mi era permesso realizzare. In amore sono stata sempre molto determinata, quasi spietata e ho infuso nell'amore una dedizione assoluta. Ne sono sempre stata molto fiera. La mia parte guerriera si è sempre espressa nell'amore, senza sconti. Per il resto un disastro. Nessuna visione in vista. Dubbi a non finire.
Con Bachcu e i Duumcathu, devo dire, la visione l'ho avuta, riconosciuta e ho anche cercato di realizzarla pero' c'era sempre qualcosa di dolente in me, qualcosa che mi impediva di andare - con quello che il mio maestro di kendo definirebbe ardimento - dritta per la mia strada, superando ogni ostacolo con una certa dose di ebbrezza e divertimento. Bene, per il momento ho fatto mente locale su un paio di brevi visioni che in effetti mi sono balenate come tali davanti agli occhi. Staremo a vedere quanto vento si alzerà nell'impresa di realizzarle.

martedì 22 luglio 2008

Le Vie dei Canti e le visioni delle donne

Sulle tracce degli aborigeni australiani, sono entrata da Feltrinelli e ho comprato 10 canoe e le Vie dei Canti di Bruce Chatwin.

Il personaggio Bruce Chatwin mi era sempre stato antipatico, perciò di lui non avevo mai letto niente. Ora, però, era arrivato il momento.

Inizio a leggere: il libro scorre senza intoppi. Lo mando giù come mi era capitato solamente con Dona Flor e i suoi due mariti. Non che lo trovi una gran lettura, però è piacevole: un sacco di gente che compare e scompare e ogni tanto qualche notizia da annotare sull'Australia e sulle popolazioni nomadi di mezzo mondo. Chatwin non è mai lì dove si trova il suo racconto. I luoghi che vede, le persone che incontra sono solo sabbia che scorre tra le sue dita. Un uomo così non è una persona di cui ci si può fidare, penso. Poi piano piano inizio ad abbandonarmi ai suoi pensieri. Per essere antipatico è antipatico, però inizio a fidarmi di lui. Ha un'intelligenza pronta, cattura molti dati interessanti, poi scivola via. Te li mostra, poi guarda fuori, dopo qualche pagina ci torna su, parlando d'altro e piano piano tesse delle reti e la realtà assume un colore nuovo.


Il mio segnalibro pieno di stelle è a pagina 203. A pagina 159 ho iniziato ad agghindare il libro di post-it colorati. Alcuni dei pensieri di Chatwin chiariscono i miei e non voglio perderli. Pagina 159, dicevo, lì compare un'idea così semplice da lasciarti l'impressione di essere vera. Gliela suggerisce Arcady, il suo compagno di viaggio. Arcady è un australiano di origine russa, buono e generoso. Non ci sono motivi per dubitare di Arcady. Tempo prima aveva regalato a Chatwin le Metamorfosi, Chatwin legge quel libro durante una pausa del viaggio, e annota:

"Lessi di Giacinto e Adone; di Deucalione e del Diluvio; degli "esseri viventi" plasmati col tiepido fango del Nilo.Poi, pensando a ciò che ora sapevo delle Vie dei Canti, mi venne in mente che la mitologia classica, nel suo insieme, potrebbe rappresentare le vestigia di una gigantesca " mappa del canto", e che tutte le scorribande degli dei e delle dee, tutte le caverne e le sorgenti sacre, le sfingi e le chimere e tutti gli uomini e le donne che divennero usignoli o corvi, echi o narcisi, pietre o stelle, potrebbero essere tutti interpretati in termini di geografia totemica."


E' come prendere la nostre radici che vagavano nell'aria e rimetterle nella terra. E' come riunire il cielo e la terra e fare dei nostri miti, che tanta cultura legge solo come archetipi persi in un mondo immateriale, qualcosa che non separa la Terra su cui viviamo dal ciò che si agita dentro di noi.
A pagina 168 è nuovamente Arcady a svelare un segreto.

"Arcady tacque per qualche secondo, poi, quando ebbe ripreso il controllo di , cominciò a spiegargli con calma e buonsenso (...) [che] la differenza stava nel modo di vedere le cose. I bianchi, per adattare il mondo alla incerta visione del futuro, continuavano a cambiarlo; gli aborigeni dedicavano tutta la loro energia mentale a mantenerlo come era prima."

Con il mio caro professor Nkafu, studiando la religione tradizionale africana, ho imparato come per comprendere un popolo bisogna penetrare nella sua concezione del tempo. Ancora una volta ne ho avuto una riprova.

Ma la cosa che più sta lavorando nella mia mente, Chatwin la dissemina un po' in tutto il libro. In una terra così vasta, vuota come l'Australia, si può essere ciò che si vuole. Ed uomini e donne sono messi alla prova da questa libertà. Gli uomini ne sono sopraffatti, e quelli che riescono ad utilizzarla per vivere secondo la loro natura, devono ricorrere a qualche forma di disciplina. Le donne, invece, in questa libertà riescono a sentirsi appagate, non tutte, ma alcune ci riescono e mostrano al mondo il loro sorriso, divertite.

Jobst, il mio mentore, come lo chiamo, il mio maestro Shambhala, mi ha parlato delle Dakini. Entità femminili, fatte di spirito o di carne, buone o cattive che siano, che vivono questa libertà. Mi ha detto: " Voi donne a volte siete così libere!". E la mia mente pensava "Accidenti! E' vero! Non abbiamo bisogno di tutte quelle strutture che si danno gli uomini, eppure abbiamo una visione di noi come esseri naturalmente volti alle piccole e pratiche incombenze della vita... Crediamo che, visto che facciamo i figli, abbiamo anche, per natura, la propensione ad accudirli dentro un rigido rituale fatto di orari certi e abitudini che si ripetono.... anche se la cosa ci avvilisce, ci sentiamo in pace con il nostro senso del dovere solo se ogni giorno ripetiamo tutta una serie di incombenze. E pensiamo che gli uomini siano per natura volti alla ricerca di altro che non sia il quotidiano: la guerra, le gesta, l'avventura..."

E' strano parlare in questi termini, ma penso che certe strutture mentali esistano. La certezza che gli uomini e le donne siano fatti in maniera differente, si va a incastrare con una visione del ruolo sociale, che quando diventi madre si impossessa di te. Invece credo esista qualcosa di terribilmente audace nascosto nel cuore delle donne, che coniuga la necessità di essere utili con quella di seguire le proprie visioni.

Anche questo blog, e tutti i miei blog, non sono che questo. A piccoli passi mi muovo spinta da questa da questa necessità: essere utili al prossima, al mondo che è fuori inseguendo le mie visioni.

lunedì 21 luglio 2008

I bambini, una scatola di acqurelli, la ginnastica e l'Oceania

Dunque: mi piacerebbe mettere su un laboratorio grafico per bambini. E' già da un po' che ci sto lavorando. Dell'arte mi interessano molte cose, ma soprattutto quel suo procedere dal mondo al centro del nostro essere, e viceversa. In qualche modo disegnando, dipingendo, creando immagini si crea un ponte tra qualcosa che è dentro di noi - a volte nascosta - e le nostre mani, i nostri occhi, il mondo che è fuori e i materiali che utilizziamo. Quando ci si dedica ad una disciplina grafica, il tempo si ferma ed entriamo in uno spazio vasto, in cui possiamo sperimentare, cercare e trovare qualcosa che ci appartiene profondamente, ma che rispecchia anche qualcosa che entrato dentro di noi attraverso i nostri occhi, e la pelle e le orecchie...

Non so perché ho scelto di continuare questo viaggio tra le linee e i colori insieme ai bambini. Forse è per risarcire ad un danno, per dare ad altri un permesso che a me non ho dato, ne nessuno altro si è sognato di darmi. Quando ero piccola ero molto seria, avevo grandi idee e volevo fare la maestra di ginnastica. Inventavo coreografie durante ogni viaggio in macchina che mi capitava di fare e ho continuato a farlo per molti anni, anche quando i miei mi hanno portato via dalla mia adorata palestra e mi hanno costretto a fare tennis...

Fare ginnastica, ballare, è come creare linee nello spazio, colorarlo. Un giorno volevo far ritornare da me l'uomo con cui poi ho avuto una figlia e ho disegnato per lui un biglietto di San Valentino. Ho comprato una scatola di acquarelli e l'ho colorato. Da quel giorno ho cominciato a dipingere.

Adesso mia figlia fa ginnastica nella palestra in cui andavo da bambina. C'è ancora Renata Mezzetti a far lezione ogni tanto. Renata, la mia maestra, è sempre bella. Avrei voluto essere come lei: bella, libera e estremamente creativa, e lo voglio ancora. Libera di inventarmi strade nuove, ma con disciplina, e di insegnare ciò che scopro a dei nanerottoli!

Bene, tra le strade nuove che voglio percorrere sulle orme di Renata, ce n'è una che ha a che fare con l'arte tradizionale dei popoli dell'Oceania. Non so ancora bene in che modo portare i bambini a far esperienza di quel tipo di processo creativo, ma sicuramente è qualcosa che sta più nelle mie corde che non l'arte concettuale...
Con questa idea in testa, sono andata vedere il Museo Pigorini. Fare foto, lì è vietato, così ho dovuto trascrivere i brani che riporto più in basso. Credo che possano essere uno spunto interessante. Vi farò sapere per cosa quando mi verrà in mente!

Towitara Boyoyu del Clan Nukaba, sub clan Mwauli, è stato un grande incisore, un artista. Ma fu soprattutto un Maestro e questa parola nella sua lingua si dice tokabitamu bougwa e significa letteralmente "colui che ha completato il suo processo conoscitivo". Per diventare tokabitamu bisogna seguire un lungo apprendistato che inizia da bambini all'età di otto anni circa. Il maestro insegna al giovane non solo la tecnica di incisione, ma soprattutto le formule poetiche e la capacità di generare e comporre immagini. L'apprendistato può durare anche venti anni e in questo periodo di tempo l'allievo apprende a scomporre e ricomporre la visione del lagimu avuta in sogno. Il tokabitamu è quindi un creatore di immagini, conoscitore di immagini fantastiche, miti, formule poetiche che si muove in una dimensione onirica; egli è in grado di trasferire sul legno della tavola, in maniera esteticamente valida, queste conoscenze. L'artista viene identificato con l' eroe mitico: il serpente monikiniki.
(Adattamento di un testo presente al Museo Pigorini di Roma)



PAROLE PER L'ARTISTA

Chi sta dolcemente curvato?
tu e io, creatori di immagini!

Noi, curvati dolcemente
sull'acqua sorgiva che sprizza dalle pietre spaccate.

La nostra mente rapita nel sogno
creerà immagini

Persi nel sogno inventeremo immagini,
immagini per i nostri amici

E tu ti trasformerai in me,
ti trasformerai in me, Towitara

Persi nel sogno inventeremo immagini,
l'intuizione mormorerà immagini

Tremante
inventerà immagini

tremante come l'acqua di sorgente
che sprizza dalle pietre spaccate.

Il grido dell'eroe-uccello
sarà la voce che soffia,

spruzza tutt'intorno, eccitato
Le immagini sognate...
"Megwa" formula poetica composta da Towitara Boyoyu
che viene "donata" dal maestro all'allievo al momento dell'iniziazione.
E' stata raccolta tradotta e pubblicata da Giancarlo M.G. Scoditti.
Potrete leggere la sua versione al Museo Pigorini nell'area dedicata all'Oceania.
Purtroppo non ho resistito neanche stavolta è ho modificato la versione di Scoditto in qualche punto... chiedo perdono: è stato più forte di me!

domenica 22 giugno 2008

I BAMBINI


Perchè si fa quel che si fa ? Perché si cerca in una direzione piuttosto che in un' altra ?

Quello che mi spinge, nascosto, dietro le idee, i concetti, la noia e gli entusiasmi è lo stupore, la commozione che a volte mi incatena, quando la sera guardo mia figlia che dorme.

Avere un figlio è un' emozione profonda e continua. Se la guardi bene, se per un attimo riesci a tenerla nel cuore prima che ti sommerga, la riconosci: è la vita che procede da te verso il futuro, nel mistero, che non potrai mai penetrare, di un altro essere umano. Un figlio, e ancor di più una bambina per la sua mamma, è qualcosa di talmente vicino, che quasi, a volte, si confonde con te. I tuoi pensieri nei suoi. Eppure lo sai: dietro ai suoi occhi chiusi lei sogna altri sogni, vive un'altra vita. Tu sei dentro di lei in mille modi, nel suo futuro, come tua madre è stata nel tuo. E allora vorresti poterli trasmettere un distillato, puro, di ciò che la vita ti ha insegnato. Esculdere al meno un po' di dolore e indicarle alcuni sentieri percorrendo i quali poter vivere, in un tempo più breve di quello che è occorso te, la sua allegria, i suoi talenti, la sua libertà, la sua saggezza, tanto più grande della tua.

Al corteo dei Rom e Sinti c'erano tanti bambini. I più camminavano tenuti per mano dai loro genitori. Lui però era solo e come a me non capita quasi mai, gli ho parlato come fossi la sua mamma. Gli ho accarezzato la testa, dopo avergli fatto vedere come era bello nella foto che gli avevo scattato. Per la prima volta ho sentito di essere capace di trascendere la mia timidezza verso i bambini: i figli degli altri. Fili d'oro delle collane di altre discendenze. Così preziosi e sconosciuti da poterli guardare solo restando un poco distanti.

I bambini sono quello che noi siamo stati e che ancora siamo quando ne abbiamo le forze: il presente che vive lo stupore di essere vivo e va con allegria verso il futuro.